Arabi, berberi e muladìes, fratelli coltelli.









Molti studiosi della Spagna musulmana tendono a descriverla come una società coesa e libera dalle lotte tra fazioni che divisero ed insanguinarono i regni cristiani del nord della penisola e dell'Europa.
Bisogna però riconoscere che questa idea della società di al Andalus è per molti versi errata e frutto di una visione romantica della storia che poco o nulla ha che che vedere con gli eventi che concretamente si svolsero in quella nazione lungo molti secoli.
Tralasciando per il momento le tensioni, manifeste e latenti, che caratterizzarono il rapporto tra musulmani e cristiani, ci occuperemo di quelle esistenti tra i vari gruppi di fedeli musulmani nella penisola iberica.
I conquistatori arabi che sottomisero il Magreb e convertirono all'Islam la maggior parte delle tribù berbere, si trovarono ben presto a dover fare i conti con la loro assimilazione nella struttura statale musulmana; compito non certo semplice considerando che neppure le stesse tribù arabe erano riuscite a superare le loro secolari divisioni.
Le tensioni tra clan e tribù arabe avevano raggiunto un certo equilibrio di compromesso sotto la guida diretta del profeta Maometto, ma molto presto le differenze tornarono a manifestarsi. Fu proprio questa endemica debolezza interna a caratterizzare i regni arabo-musulmani e a comprometterne la stabilità, la coesione e la durata nel tempo.
Quando gli eserciti islamici conquistarono la Spania visigota, il grosso delle truppe era formato da soldati berberi reclutati nei nuovi domini del Nord Africa e da poco convertiti all'Islam. Non vi fu mai, se non in circostanze particolari, la volontà di cooptare i berberi all'interno dell'élite araba che al contrario fece di tutto affinché il loro potere si mantenesse inalterato e libero da intromissioni o cooptazioni esterne. Non riuscirono mai neppure a celare efficacemente il disprezzo che provavano nei confronti di quanti non appartenevano ai loro gruppi e che consideravano alla stregua di selvaggi.
I berberi, impiegati nei ranghi più bassi e pericolosi della struttura militare, non ricevettero in cambio una adeguata ricompensa per i loro sacrifici e sforzi in battaglia. La spartizione del bottino era loro sfavorevole così come quella delle terre poiché a loro vennero destinate quelle meno fertili, ubicate in luoghi montagnosi e lontano dai centri urbani più importanti.
Il risentimento derivato da questo ingiusto trattamento non tardo a produrre i suoi drammatici effetti, tanto che nel settembre del 741 i gruppi berberi stanziati in Galizia si ammutinarono contro i dominatori arabi e marciarono in armi verso le grandi città del sud del paese.
La rivolta non si limitò ad incendiare la Spagna, ma coinvolse e sconvolse tutto il Magreb tanto che il califfo da Damasco dovette inviare un corpo di spedizione di soldati siriani per cercare di reprimere i rivoltosi.
I siriani vennero sconfitti dall'esercito berbero del Magreb e si rifugiarono a Ceuta da dove partirono per la penisola iberica chiamati dal riluttante governatore di al Andalus, che sperava almeno di riuscire ad avere la meglio sugli insorti che si ritrovava in casa.
L'arrivo di questo nuovo contingente arabo-siriano in terra spagnola, se conseguì gli obiettivi per il quale era stato ingaggiato, rese ancora più difficile la convivenza e i rapporti tra le tribù arabe di antica provenienza e i nuovi venuti. Furono proprio queste tensioni e rivalità a favorire qualche anno più tardi, l'ascesa del futuro emiro Abd al Rahman I in fuga da Damasco per sfuggire al colpo di stato degli abbasidi che piegò e sterminò la dinastia omayade.
Alle tensioni che resero difficile la convivenza tra arabi e berberi si aggiunsero quelle provocate dai cosiddetti muladìes e cioè i cristiani convertiti all'Islam che come e peggio dei berberi vennero relegati negli strati più umili della società. Questa situazione di disparità di protrasse per moltissimo tempo, minando alla base la vita del nuovo califfato di Cordova, rafforzando e dando energia alle forze disgregatrici e centrifughe.

Come dicevamo la tendenza degli studiosi è quella di dipingere una Andalusia armoniosa, pacifica, coesa, ma questa è solo una visione distorta e falsa della realtà che fu molto più violenta e settaria di quanto si pretende di dimostrare. Non è un segreto, infatti, che furono proprio queste fratture insanabili all'interno del tessuto sociale di al Andalus a provocare il nascere di stati semi indipendenti denominati “Reinos de taifas” le cui rivalità segnarono il destino di al Andalus e favorirono l'avanzata inarrestabile dei regni cristiani, fino alla conquista del Regno di Granada.

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