Sefarditi, gli ebrei di Spagna











Abbiamo già esaminato in precedenza le peculiarità del variegato sistema sociale in al Andalus occupandoci degli arabi, dei berberi, dei muladìes, dei mozarabi e ora daremo uno sguardo all'ultima comunità umana di questo composito sistema, quella degli ebrei.
Gli ebrei spagnoli o sefarditi (da Sefarad, termine ebraico per indicare la Spagna), arrivarono nella penisola iberica già in epoca romana e il loro numero aumentò considerevolmente dopo la diaspora conseguente alla distruzione del Tempio di Gerusalemme nel 70 d.C.
Dopo la caduta dell'impero, le loro condizioni di vita sotto i nuovi dominatori visigoti peggiorarono notevolmente fino a trasformarsi in vere e proprie persecuzioni.
Alcuni storici sostengono che la comunità ebraica abbia influito notevolmente sull'arrivo dei musulmani e altri si spingono addirittura ad affermare che furono proprio i sefarditi a spianare la strada ai nuovi invasori affinché li liberassero dal giogo dei visigoti.
Abbiamo già sottolineato che essere una minoranza religiosa in un paese dominato dall'Islam significava occupare un rango subordinato nella scala sociale e gli ebrei assieme ai cristiani, si trovarono sottoposti alla legislazione dei dhimmi che consentiva loro di continuare a professare il loro credo, ma solo facendo un formale atto di sottomissione alla comunità islamica (Umma) e pagando una tassa di capitazione, la jizya. Non potevano occupare posizioni politiche che prevedessero l'esercizio del potere sui cittadini musulmani, non potevano fare proselitismo alcuno e dovevano indossare segni distintivi sui vestiti in modo da poter essere immediatamente identificati.
In al Andalus le comunità ebraiche ebbero la tendenza a concentrarsi in luoghi definiti, detti juderìas, oppure ad occupare intere città come nel caso di Lucena nella provincia di Cordova, dove la quasi totalità degli abitanti era di religione ebraica e che per questo venne definita “La ciudad de los judìos”. Altre comunità rilevanti furono quelle di Siviglia, Cordova e Granada.
La condizione di dhimmi non consentiva loro di poter esercitare liberamente qualsiasi tipo di professione e per questo motivo le comunità ebraiche si dedicarono per lo più al commercio e all'artigianato, mestieri che gli permisero in molti casi di raggiungere uno stato di agiatezza invidiabile. Alcuni esponenti della comunità ebraica riuscirono ad occupare posizioni di indiscusso prestigio nei ranghi dell'amministrazione islamica - soprattutto nei cosiddetti regni di taifas e in trasgressione alle leggi coraniche - mettendosi a disposizione dei sovrani, prevalentemente come agenti del fisco. Ebbero un ruolo importante anche nel commercio di schiavi e di eunuchi nella tratta dall'Europa verso il nord Africa.
Alcune fonti cristiane del IX° sec. riportano che gli arabi provavano un certo disprezzo per gli ebrei, ma questa potrebbe semplicemente essere una considerazione forse troppo distorta delle realtà. A mio parere non vi sono motivi per sostenere che la loro condizione di vita fosse peggiore di quella della comunità cristiana anche perché, a parte sporadici casi, non si ritrovano nei resoconti storici atti di aperta ribellione contro gli arabi o progrom nei loro confronti. Probabilmente è vero il contrario e cioè che la comunità ebraica intratteneva rapporti più stretti e proficui con quella musulmana di quanto non fosse concesso ai cristiani.
L'unico episodio di aperta persecuzione avvenne a Granada sotto la dinastia Zirì nel 1066 quando il vizir ebreo Yusuf Nagrela venne assassinato e le case degli ebrei saccheggiate dalla popolazione musulmana della città.


Avremo modo di tornare in seguito su questi episodi per gli opportuni approfondimenti.

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