Il cibo e le relazioni alimentari tra musulmani e dhimmi nella Spagna islamica





Così come accade in altre religioni, anche l'islam prevede una serie di restrizioni per quanto concerne gli alimenti che i fedeli possono consumare in modo lecito e quelli invece espressamente proibiti. Alcuni divieti si trovano chiaramente espressi nel Corano, ma anche negli Hadith vengono riportati episodi correlati al cibo che è necessario tenere in considerazione
Una delle sure coraniche più importanti sulla questione alimentare è la N° V detta “La tavola imbandita” ed in particolare il versetto 3.

Si legge testualmente:

“Vi sono vietati gli animali morti, il sangue, la carne di porco e ciò su cui sia stato invocato altro nome che quello di Allah, l'animale soffocato, quello ucciso a bastonate, quello morto per una caduta, incornato o quello che sia stato sbranato da una belva feroce, a meno che l'abbiate sgozzato prima (della morte) e quello che sia stato immolato sugli altari”...

Il versetto 5 prosegue:

“Oggi vi sono permesse le cose buone e vi è lecito anche il cibo di coloro ai quali è stata data la scrittura e il vostro cibo è lecito a loro”...

Come si può notare, il versetto 5 ammette in linea generale il consumo di alimenti leciti prodotti o lavorati dalle genti del Libro ed è necessario fare riferimento a queste prescrizioni per poter capire quale fu il rapporto quotidiano che si sviluppò in al-Andalus per ciò che riguarda l'assunzione di alimenti procedenti dai non musulmani.
Apparentemente non vi sono limitazioni o proibizioni per i cibi di origine vegetale come il grano, le verdure, la frutta, l'olio e non ve ne sono neppure sugli alimenti trasformati come ad esempio il pane, i dolci o i formaggi. La questione diventa più complessa quando si prende in esame consumo di carni. Come abbiamo visto la norma coranica prevede che la carne possa essere consumata solo dopo un ben preciso rituale di sacrificio cioè sgozzando l'animale in modo da farne fuoriuscire tutto il sangue il cui consumo è vietato e invocando il nome di Allah durante il sacrificio (Versetto 3). Allo stesso tempo, però, queste limitazioni sembrano venire meno quando si tratta di animali uccisi dai dhimmi escludendo quelli sacrificati per il culto. I “protetti” non sono obbligati a macellare i loro animali secondo il rito islamico ed in questo caso il Corano sembra concederne il consumo anche ai musulmani senza fare esplicito riferimento alle modalità della macellazione. Vi è un evidente controsenso tra il versetto 5 e il versetto 3. L'incongruenza sta nel fatto che un musulmano può consumare carne sacrificata da un musulmano solo a condizione che vengano rispettate determinate norme, ma gli viene concesso il consumo di quella proveniente dai dhimmi senza che questi rispettino le citate norme. Questa liceità nel consumo è attestata e avvalorata anche da un episodio della vita del Profeta nel quale Maometto mangia la carne di un agnello regalatogli da una donna ebrea.
In mancanza di chiarezza nei testi è compito dei dottori della legge, stabilire regole certe in grado di dare indicazioni precise ai fedeli. Da quanto si è potuto apprendere, nella Spagna musulmana non vi fu mai un divieto esplicito e legalmente sanzionabile riguardante il consumo di alimenti prodotti dai "protetti". I divieti, se così li possiamo chiamare, sono solo di ordine morale nel senso che era considerato riprovevole acquistare e consumare deliberatamente carne macellata e venduta da cristiani o ebrei.
Vi sono testi redatti a Cordova nel X° Sec. (Ibn 'Abd al-Ra'uf) e Siviglia nel XII° Sec. (Ibn 'Abdun) in cui si esortano i musulmani a non comprare carne macellata da non musulmani se non in caso di impellente necessità. Altri si sono spinti a richiedere che ai cristiani venisse proibita addirittura la produzione di pane e che le operazioni di compravendita di carne tra un musulmano e un non musulmano venissero immediatamente annullate pena il biasimo della comunità sul fedele che aveva proceduto all'acquisto.
In linea di massima, come abbiamo detto, la scuola malikita maggioritaria in al-Andalus, ha sempre assunto un atteggiamento sostanzialmente permissivo interpretando in maniera tutt'altro che restrittiva le prescrizioni coraniche dimostrandosi accondiscendente anche verso il consumo di vino, la cui produzione era particolarmente abbondante in Spagna. Diciamo che finchè è durata la coesistenza vi furono transazioni commerciali e scambi di alimenti tra le cosiddette "Tre culture", soprattutto nei ceti medio-bassi della popolazione, ma ciò non ha impedito che con il tempo e l'aumento della popolazione islamizzata sorgessero atteggiamenti tendenti ad osteggiare questa "promiscuità" che era ritenuta in molti casi ripugnante e degradante per un musulmano.



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