Sancho I “il Grasso” va a Cordova a fare la dieta...








A metà del X° sec. si conclude la stabilità politica che Ramiro II e suo figlio primogenito Ordoño III avevano garantito al Regno di Leòn.
Ordoño III aveva dimostrato ottime capacità politiche e militari, ma la sua morte prematura non gli consentì di continuare e migliorare la politica paterna che aveva raggiunto il suo apice nella battaglia di Simancas (939), dove i mori vennero duramente sconfitti e lo stesso califfo Abd al Rahman III riuscì solo rocambolescamente a salvare la vita.
I figli di Ordoño erano troppo piccoli per succedere al padre e così il trono passo al secondogenito di Ramiro II, Sancho detto “el Gordo” (il grasso).
Pare che la sua stazza raggiungesse i 240 Kg e l'enorme peso non gli consentisse né di montare a cavallo, né di impugnare con abilità un'arma, capacità non certo ammirevoli in un re che dovrebbe guidare i suoi eserciti in battaglia.
Sanchò era riuscito a salire al trono grazie agli intrighi della sua nonna materna la regine vedova Doña Toda di Navarra che era imparentata per parte di madre con lo stesso Abd ar Rahman III.
Non fu facile per un re in quelle condizioni guadagnarsi il rispetto e l'ammirazione dei sudditi e dei nobili della corte e a questo dobbiamo aggiungere che le sue qualità come sovrano lasciavano molto a desiderare. La sua incapacità fomentò la ribellione di alcuni potenti nobili che riuscirono a detronizzarlo insediando al suo posto Ordoño IV "el Malo", un re che non si dimostrò affatto migliore del suo predecessore.
Sancho si rifugiò a Pamplona presso la sua energica nonna che aveva una grande predilezione per questo nipote che da re gli aveva permesso di influire non poco nelle questioni interne del regno concorrente di Leòn. Doña Toda si rendeva conto che in quelle condizioni fisiche Sancho non sarebbe mai riuscito a rientrare in possesso del trono e decise di giocare una carta azzardata e inedita: chiedere aiuto al califfo Abd ar Rahman III in nome del loro legame di sangue. La richiesta era semplice, i medici del califfo dovevano aiutare Sancho a dimagrire e il suo esercito doveva aiutarlo a ritornare in possesso del trono perduto. In cambio il re si sarebbe impegnato a dichiarare Leòn regno vassallo del Califfato di Cordova e a cedere ai musulmani dieci fortezze sul confine meridionale della Castiglia.
Abd ar Rahman rimase incredulo di fronte a tanta insperata fortuna che gli avrebbe permesso di controllare politicamente il Regno di Leòn con il minimo sforzo e non esitò ad accettare la proposta chiedendo alla regale coppia di recarsi a Cordova per gli accordi e le cure del caso.
Le cronache ci hanno tramandato molti dettagli su quale fosse la cura dimagrante a cui fu sottoposto il povero Sancho e credo sia opportuno far conoscere al pubblico moderno i metodi impiegati nel X° secolo per eliminare il grasso superfluo.
Innanzitutto è necessario dire che Sancho, non potendo né camminare né montare a cavallo fu portato a Cordova in lettiga. Circa settecento chilometri in lettiga!
Una volta arrivato a corte, dopo i convenevoli ed il protocollo di rito alla presenza del califfo, venne rinchiuso in una stanza, venne legato al letto e gli cucirono la bocca. Gliela cucirono per davvero poiché era l'unico modo per impedirgli di mangiare, lasciando solo una piccola apertura attraverso cui fargli ingurgitare un intruglio di erbe composto da: acqua salata; acqua aromatizzata; menta e melissa. Un minestrone di cavolo; dente di leone; miele di ginepro e sciroppo di sambuco. Dovette ingerire questi composti per dieci volte al giorno per circa quaranta giorni: una vera e propria tortura che avrebbe potuto portarlo anche alla morte. Erano previste anche sessioni di massaggio e come attività fisica: una passeggiata giornaliera di circa 5 Km a cui inizialmente il poveraccio fu condotto a forza di trascinamento.
Ebbene, il nostro eroe riuscì non solo a sopravvivere, ma addirittura a perdere circa la metà del suo peso iniziale.

Rimesso in “forma” Sancho era pronto a ritornare verso Leòn per rivendicare il suo trono, ma questa è un'altra storia.

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